
Il motivo per il quale il braccio sinistro è più lungo di 5 centimetri rispetto al destro non è dovuto solo al fatto che da piccolo mia madre mi trascinava per quel polso quando mi rifiutavo di seguirla spontaneamente nelle stanze delle punizioni corporali perché, ad esempio, avevo osato aprire bocca senza il suo permesso in presenza di estranei, ma anche perchè a scuola ero uno di quegli alunni svegli, attenti, sempre pronti ad intervenire alzando la mano fino al soffitto e la cui descrizione fluttua a metà strada tra l’aggettivo saccente e cacacazzi.
E quando uno tende al ruolo di prima donna, prima o poi in qualche incidente incappa.
Insomma se, per dire, fai pattinaggio da 4 mesi e sei anche bravino ma di certo non ti chiama il CONI per portare il tricolore alle olimpiadi al posto di quella scopa secca della Costner, sarebbe il caso di non fare il gradasso lanciandoti oltre le tue possibilità.
E’ un sabato pomeriggio al Palaghiaccio di Marino. Io convinco mezza classe del liceo a venire a pattinare con me, non per il gusto di fare qualcosa insieme ma perchè volevo un pubblico compiacente. Ora, ripeto, dopo così poco tempo uno a mala pena si regge in piedi sulle lame, figuriamoci se può fare chissà che cosa.
Rispetto però a loro ero ovviamente una libellula della Groenlandia quindi è ovvio che iniziassero a chiedermi: “sai fare i salti? E le trottole? Oddio, come si dice…vabbè quando salti due volte di seguito e poi ti avviti…?”.
“E certo, che ci vuole?”. Figurati se “so tutto io, so fare tutto io” si tira indietro. Insomma, abbozzo qualche salto che in realtà sembra il lancio stanco di sacco di patate sulla camionetta di un agricoltore. La grazia è la stessa almeno. Poi parto con una trottola. Ora avevo iniziato a provarla non più di un mese prima e ancora c’erano quelle due, trecento cosette che mi sfuggivano su come tenere l’equilibrio durante l’avvitamento.
Prendo la rincorsa, curvo, inizio ad avvitarmi quando ad un certo punto il pavimento diventa il soffitto e il soffitto il pavimento. Cadendo mi appoggio con il gomito che, s’è c’è una cosa che il primo giorno di corso ti dicono di non fare è proprio quella. Io sento un rumore che non saprei descrivervi se non paragonandolo a quello di un osso che si frattura.
I miei compagni sono tutti lì, ad assistere alla mia disfatta ma hanno la compiacenza di chiedermi se va tutto bene.
Io sento un dolore che a mala pena riesco a fare un cenno con la mano cercando di rassicurarli mentre, partendo da San Silvestro e passando per la Vergine e la Natività, mi bestemmio a mente tutto il calendario cristiano e pure quello ortodosso con Cirillo e Metodio.
A quel punto, la mia bocca esala un flebile fiato: “Esco un secondo che mi fa un po’ male il gomito”.
Nel frattempo mi inizia a girare la testa, mi si annebbia la vista, inizio a barcollare, ma faccio in tempo a dire ad un assistente: “mi sa che mi sono rotto il braccio”, poi crollo svenuto sul parapetto della pista andando a sbatterci sopra la fronte e il ginocchio.
Nella scena successiva ci sono io in un’ambulanza. Sento parole confuse tra le quali distinguo solo “che coglione”. Arrivo al CTO che praticamente sembravo una marmellata di fico, tumefatto e ammaccato. Il tempo di raccogliermi e mettermi dentro un vasetto da confettura con una targhetta con su scritto Insy Loan e mi spediscono nel reparto traumatologico.
Alla prima visita il medico mi chiede cosa sia successo. Riesco solo a dire: “il ghiaccio”. E lui: “caduto sugli sci?”. E io: “no pattinaggio sul ghiaccio”. Lui ha un espressione di mal celata disapprovazione e per smorzare la tensione, fa un battutone: “E il tutù dov’è?”
Insomma: frattura scomposta del gomito, trauma alla gamba e al cranio. Scendo dal lettino e vado verso il reparto sostenuto dai miei genitori. Zoppico a tal punto che una vecchia di 600 anni su una sedia a rotelle si muove a compassione e fa per offrirmela. Ringrazio ma vado avanti.
Entro nella mi stanza da sei dove pareva di stare nel reparto assemblaggi dei cantieri per elicotteri della Agusta: chiodi, corde metalliche, tutori conficcati nella carne. Io ero quello messo meglio. Quello accanto a me mi chiede con compassione: “come ti sei ridotto così?” che detto da uno con 5 chiodi che sporgono dalla gamba, mi fa capire che devo sembrare un vero cesso. “ghiaccio”. E lui: “neve?”. E io: “Nooo, pattinaggio!”.
La sua espressione è la stessa del medico e sembra dire: ”questo è più frocio delle tre Sorelle Bandiera messe insieme”.
Dopo un’ora arriva un altro medico. Breve visita, poi mi chiede: “come è successo?”. Sto per dirgli “ghiaccio” ma ci ripenso e dico: “sono stato travolto da una slavina mentre affrontavo una pista nera”. Stavolta, finalmente, oltre all’espressione di compassione vedo anche un barlume di virile solidarietà.
CONTINUA...