martedì 8 luglio 2008

IL GHEI PIù BELLO D'EUROPA (?)


Sai quelle mattine in cui ti guardi allo specchi e ti chiedi come con quella facciaccia brutta riuscirai mai a trovarti un ragazzo che non rientri però nella categoria dei “disperati” e pensi che la bellezza starà pure negli occhi di chi guarda ma che pare che questo però poi punta sempre verso il bono di turno?
Beh poi vai su Repubblicapuntoit, leggi che c’è stata l’elezione di mister finocchio Europa e dici: vabbè, diamoci il colpo di grazia.
Ora io per carità se voglio fare la parte della solita cessa che davanti alla sfilata di Victoria Sicret, vedendo Gisel Buncen che veleggia lungo la passerella tra erezioni incontrollate del pubblico maschile, esclama: “mah, non mi pare proprio niente di che…” e dicendo questo, per l’invidia, si infila una forchetta nel palmo della mano però, scusate, ditemi voi se il vincitore di quest’anno meritava il titolo.
A meno che i parametri di giudizio fossero i centimetri (e qui, a giudicare dal costume, dovevano essere parecchi) non mi capacito come possa aver vinto uno che sembra Fernandel nella riedizione di Don Camillo e l’onorevole Ricchione.














PS: c'è stato un errore degli organizzatori che per un problema di incomprensione linguistica si sono ritrovati nella rosa dei finalisti la concorrente della Tailandina del concorso Miss Transessuale (alla destra del vincitore).

PS2: qualcuno avverta invece il primo e il quarto della foto che le fasce del gran premio della giuria verranno consegnate questo sabato presso la fondazione INSYLOAN di Roma con una cerimonia strettamente privata a cui non è ammessa neppure la stampa. Gradito l'abito elegante, anzi, ora che ci penso, gradito nessun abito.

giovedì 3 luglio 2008

OI GRECOI.


Io ho scelto il classico perché m’avevano detto che c’era poca matematica. Credo che la con la stessa scusa siano stati fregati milioni di studenti che come me, per sfuggire dalla padella dell’aritmetica si sono ritrovati sulla brace attizzata da mantici chiamati Platone, Senofonte e Plutarco.
La mia media nei 5 anni di superiori non si è mai allontanata dal 4. Si ricorda un 5- in seconda liceo ma avevo intercettato il labiale di un compagno secchione che stava dettando da un capo all’altro dell’aula la traduzione a Giovannona Coscialunga sperando di godere poi un po’ della sua promiscua sensualità (lei era una mia compagna burrosa come la Gradisca di Amarcord così portata per gli studi classici che quando il professore di greco le rivelò che Saffo era una donna, nonostante la desinenza maschile in “o”, che amava le donne lei rispose con stizzoso distacco “beh, contenta lei”).
Io la mattina dei compiti in classe di greco andavo davvero rilassato perché non è come per le interrogazioni a programma dove se hai studiato 9 parti su 10 sei terrorizzato che quell’unica sola parte scoperta possa compromettere una sostanziale preparazione. No, io del greco non ci capivo nulla quindi questo significava ad esempio che il giorno prima potevo spendermelo tutto in televisione e passeggiate. Tanto che ti prepari a fare? In effetti non ho mai capito quei capoccioni senza una vita della mia classe che il pomeriggio precedente lo passavano traducendo l’opera omnia di Platone. Non si tratta mica di un saggio di danza che più ti alleni sulla stessa coreografia e meglio ti viene, no? (notare i miei continui paragoni che trasudano testosterone e virilità).
Molto meglio come faceva Danile che passava il pomeriggio precedente ai compiti a rastrellare dalla biblioteca del padre filosofo tutti i testi di greco con traduzione a fronte.
Il giorno del compito, riusciva a portarsi fino a 12 libri vari di greco che stipava un po’ sotto il sedere, altri nello zaino, altri dietro il Rocci (ndr: per chi è scampato all’olocausto del greco, si tratta del vocabolario greco-italiano, la cosa più simile ad un dolmen di Stoneing sia per dimensioni che per peso) e i restanti li occultava nei vari orifici del suo compagno di banco.
Le versioni erano sempre 4 e venivano assegnati sfalsati per evitare di copiare, certo, come se, a parte me, il resto della classe fosse composta da menti eccelse. Tre ce ne erano di superdotati. Il resto pur non prendendo i miei 3 e mezzo, potevano raggiungere un 4, un 4 e mezzo, tiè, e ti pare che mi sarei preso pena di copiare qualcuno per un mezzo misero punto?
Solitamente mi limitavo a dare una sbirciata al brano che mi sembrava sempre una manciata di lettere incomprensibili buttate a casaccio su un foglio di carta, condite con accenti e spiriti (vorrei dirvi cosa sono ma credo di essere la persona meno indicata a farla). Provavo quanto meno a tradurre qualche parola poi le parti che proprio non capivo (la maggior parte) le integravo con la frase “questo passaggio non l’ho capito” che ripetuto su 5 righe delle otto della versione sembravano piuttosto la pagina riempita ossessivamente dal protagonista di Scaining: “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca”.
A volte invece mi sembrava che quelle zampe di gallina avessero un senso e, invasato dallo spirito di Senofonte, riuscivo anche a tradurre la versione quasi interamente. Evidentemente però il mio spirito guida era un analfabeta omonimo del famose autore greco dal momento che poi, confrontandomi con i compagni a cui era capitata la stessa traduzione, scoprivo di aver liberamente interpretato il senso del brano.
“Scusa ma te la parte delle navi incendiate in mare come lo hai tradotto?” chiedevo a Germana, una secchiona simpatica come un dito in un occhio.
Con quel tono di distacco come stesse parlando con una cacca di cane che gli si fosse attaccata alla suola della scarpa mi fa: “guarda che quel passaggio io non l’ho proprio trovato, sicuro della traduzione?”
E io con una presunzione del tutto igiustificabile: “certo, la seconda riga dove…”.
Germana, sorride: “…ma lì c’era scritto che avevano acceso un fuoco sacro sulla torre in legno in onore del dio!”.
Qualche giorno dopo la speranza di aver avuto una versione diversa da tutti gli altri, personalizzata apposta per me, svaniva con la riconsegna dei compiti. La mia e quella dell’odiosa Germana erano davvero le stesse. Lei 8 io 3.
Siccome in greco una parola può avere 4 pagine di significato è facile sbagliare il senso della frase traducendo tutt’alto (barca e legno infatti possono essere tradotte con lo stesso sostantivo greco, bella lingua vero?) indovinate chi era quello che, nel dubbio sceglieva sempre il significato sbagliato?

martedì 1 luglio 2008

coSI' T'IMPARI!!"-terzo caso



A seguito della polemica su: “così ti impari, secondo caso”, vi sottopongo un ennesimo, lampante episodio di sfrugugliamneto della sorte ricordandovi che la vita e come un cane che sta mangiando: andargli a rompere l’anima non è mai una cosa prudente.

Nato a Long Island, Treadwell nella sua vita ha dovuto affrontare problemi di alcool e droghe, dopo il tentativo fallito di affermarsi come attore, infatti cercò in tutti i modi di ottenere un ruolo nella sit-com Cin Cin,[1] ma il ruolo fu affidato a Woody Harrelson.
Ad certo punto della sua vita decide di vivere a stretto contatto con gli orsi grizzly nel Parco nazionale e riserva di Katmai in Alaska, che diventano una sua ossessione personale. Treadwell ha vissuto assieme agli orsi ogni estate per tredici anni, dal 1990 al 2003, studiandoli e documentando ogni loro movimento. Questa sua bizzarra scelta di vita la portato a diventare una celebrità negli Stati Uniti, tanto da partecipare a svariati show.
Nel 2003, la tredicesima estate è stata per lui fatale, infatti si trovava nel parco in compagnia della fidanzata Amie Huguenard, quando i due furono assaliti e sbranati da alcuni nuovi esemplari affamati e probabilmente non abituati alla loro presenza. Della loro tragica fine vi è una documentazione audio fornita dalla telecamera di Treadwell, che era otturata dal tappo, che ha registrato le loro grida strazianti. Negli 85 anni di storia del Parco nazionale di Katmai, questo è il primo incidente in cui alcune persone sono state uccise dagli orsi.,[2]
La vita, il lavoro e la morte di Treadwell sono stati raccontati nel documentario del 2005 di Werner Herzog Grizzly Man.

Insomma io da piccolo avevo la passione per i pesciolini rossi e quelli stai sicuro che se ci infili un dito nell’acqua non te lo tranciano di netto come una murena.
Non ti piccino i pesci rossi? Puoi sempre dedicarti alle miniature storiche o alle riproduzioni di monumenti fatti con gli stuzzicadenti prima di andare a rompere l’anima a un Grizli.

giovedì 26 giugno 2008

COSI' T'IMPARI!!"-nuovo caso


Dopo l’episodio della rubrica “Così ti impari!” con la storia dell’artista vestita da sposa che decide di andare in medio oriente facendo autostop e che, pensa che strano, viene uccisa da un turco che poi va al matrimonio della cugina facendo le foto con la videocamera della vittima (che sembra una sceneggiatura scritta da Almodovar al ritorno della sagra della Mariuana di Fara Sabina), non pensavo avrei trovato facilmente materiale altrettanto buono e invece oggi, spulciando tra i fatti di cronaca di Repubblica, solo dopo aver letto il Uol Strit Giurnal, Le Figarò, Die Zeitung e, come al solito, Saiens, trovo questa notizia:
VENEZIA - Un uomo è morto ieri a Mestre, per un colpo di calore, durante le manifestazioni in corso per contrastare la realizzazione di un campo per nomadi. Secondo fonti della Lega Nord, che sostiene il gruppo di cittadini che si contrappone alla costruzione del campo, la vittima è Gino Serena, di 77 anni.
Ma ora io dico, se c’è una cosa che ogni estate arriva puntuale come la conduzione di Sonia Grei a Uno Mattina Estate è il solito avviso che si può trovare su tutti i tg d’Italia e che è sempre lo stesso da quando sono nato: “Soprattutto per gli anziani, evitare di uscire durante le ore più calde della giornata, riparasi dal calore, bere molta acqua e mangiare frutta fresca”. E questo che fa? Non solo esce con 4 milioni di gradi che, dalle parti di Mestre sono anche umidi per cui ti pare di camminare immerso fino al collo in una palude di mucillagine ma va pure in un campo nomadi dove se anche fosse sopravvissuto al caldo un vibrione del colera se lo prendeva e lo portava dritto al Creatore dei Leghisti (ndr: un dio simile al nostro ma avvolto in una tunica verde e che vuole il dislocamento amministrativo dal Paradiso centralista e ladrone).
E poi mi immagino questo, già incazzato perché, per non farsi mancare nulla, era anche invalido, sarà andato lì con il dente avvelenato perché qualche zingarello gli aveva sfilato il bastone mentre camminava facendolo cadere nel Canal grande, è ovvio che gli siano schioppate le coronarie (giuro che sull’atlante medico scientifico della Zanichelli il collasso si chiama “schioppo del cuore”).
Ora io me la prendo sempre con le lesbiche ma quando ho davanti gli zingari, le prime riescono ad essermi addirittura simpatiche e fosse per me io i campi nomadi li piazzerei su delle chiatte galleggianti in rotta verso il triangolo delle Bermuda, però leggendo questo articolo, non posso far a meno di dire: “Ecco, così ti impari!”

lunedì 23 giugno 2008

E' PIU' IDIOTA UNA RISPOSTA O UNA DOMANDA?


Per invogliarci a fare qualche domanda, una qualsiasi pur di rompere la cortina di silenzio che regnava durante le sue lezioni, il nostro professore di economia politica all’università, un giorno, ci esortò ad esprimere i nostri dubbi dicendo: “Ragazzi chiedete, senza reticenze perché non esistono domande stupide ma solo risposte stupide”. Di sicuro la frase non era sua anche perché qualche altra volta io ‘sta cosa l’ho sentita ripetere e l’ho sempre condivisa. Ma oggi, leggendo l’esternazione di Gattuso, che mi dicono essere un giocatore dell’Italia (io non li conosco per nome ma solo di faccia e di pacco quando pubblicano le loro foto esultando in mezzo al campo mezzi nudi per una vittoria) e non un docente di morale in qualche istituto universitario, scoprivo la sua avversione ai matrimoni omoricchioni perché crede nell’istituzione del sacramento che è valido solo tra uomo e donna, aggiungendo che a lui le coppie ghei fanno strano.
Ma non è che Rino sia impazzito e durante un’intervista, alla domanda: “che ne pensa della squalifica della Francia agli Europei?” è partito con una filippica sul fatto che per lui le coppie “vere” sono quelle formate da un lui e una lei e non da un lui che vorrebbe essere lei e un altro lui che vorrebbe essere, se possibile, ancora più una lei.
L’intervistatore, latore della curiosità della più vasta popolazione di CT sulla terra, cosa gli va a chiedere? “Cosa ne pensa delle unioni omosessuali?”, che detta così tanto valeva gli chiedesse dove fosse il bagno delle signore.
Quindi per questo oggi mi sono chiesto se non sia vero anche il contrario dell’affermazione del mio professore ovvero: non esistono risposte stupide ma solo domande idiote. Io figuriamoci se voglio difendere l’ignoranza della gente, tanto più che sogno staccionate dipinte di verde intorno al giardino di casa, una stanza per i bambini e una familiare guidata da mio marito, ma mi rendo conto che non ci si può stupire se non esce sangue da una pietra (a meno che questa pietra non sia la Madonna di Civitavecchia che invece fiotta come un ruscelletto).
Io la trovo una dichiarazione del tutto coerente con il personaggio e le vesti lacerate dei rappresentanti ghei che si dicono dispiaciuti per questa dichiarazione perché i giocatori sono esempio per tanti giovani e quindi le loro esternazioni omofobe potrebbe ingenerare razzismo, è una idiozia bella e buona. Non spetta ai giocatori ne agli attori ne ai conduttori dell’Italia sul 2 dare esempi di vita. La gente, per fortuna, è meno idiota di quanto si possa credere.
Non mi pare infatti che ci siano milioni di adolescenti che fumano crack, vanno in giro senza mutande e frequentano ereditiere di facili costumi (scegliete voi quale delle tre cose sia la peggiore) solo perché Britni Spirs lo fa. Il mio mito è la Moroni della Prova del Cuoco eppure io se voglio mangiare una lasagna o me la compro o non c'è verso che me la sappia preparare da solo.

giovedì 19 giugno 2008

olliGhei On AIS (seconda parte)


Il motivo per il quale il braccio sinistro è più lungo di 5 centimetri rispetto al destro non è dovuto solo al fatto che da piccolo mia madre mi trascinava per quel polso quando mi rifiutavo di seguirla spontaneamente nelle stanze delle punizioni corporali perché, ad esempio, avevo osato aprire bocca senza il suo permesso in presenza di estranei, ma anche perchè a scuola ero uno di quegli alunni svegli, attenti, sempre pronti ad intervenire alzando la mano fino al soffitto e la cui descrizione fluttua a metà strada tra l’aggettivo saccente e cacacazzi.
E quando uno tende al ruolo di prima donna, prima o poi in qualche incidente incappa.
Insomma se, per dire, fai pattinaggio da 4 mesi e sei anche bravino ma di certo non ti chiama il CONI per portare il tricolore alle olimpiadi al posto di quella scopa secca della Costner, sarebbe il caso di non fare il gradasso lanciandoti oltre le tue possibilità.
E’ un sabato pomeriggio al Palaghiaccio di Marino. Io convinco mezza classe del liceo a venire a pattinare con me, non per il gusto di fare qualcosa insieme ma perchè volevo un pubblico compiacente. Ora, ripeto, dopo così poco tempo uno a mala pena si regge in piedi sulle lame, figuriamoci se può fare chissà che cosa.
Rispetto però a loro ero ovviamente una libellula della Groenlandia quindi è ovvio che iniziassero a chiedermi: “sai fare i salti? E le trottole? Oddio, come si dice…vabbè quando salti due volte di seguito e poi ti avviti…?”.
“E certo, che ci vuole?”. Figurati se “so tutto io, so fare tutto io” si tira indietro. Insomma, abbozzo qualche salto che in realtà sembra il lancio stanco di sacco di patate sulla camionetta di un agricoltore. La grazia è la stessa almeno. Poi parto con una trottola. Ora avevo iniziato a provarla non più di un mese prima e ancora c’erano quelle due, trecento cosette che mi sfuggivano su come tenere l’equilibrio durante l’avvitamento.
Prendo la rincorsa, curvo, inizio ad avvitarmi quando ad un certo punto il pavimento diventa il soffitto e il soffitto il pavimento. Cadendo mi appoggio con il gomito che, s’è c’è una cosa che il primo giorno di corso ti dicono di non fare è proprio quella. Io sento un rumore che non saprei descrivervi se non paragonandolo a quello di un osso che si frattura.
I miei compagni sono tutti lì, ad assistere alla mia disfatta ma hanno la compiacenza di chiedermi se va tutto bene.
Io sento un dolore che a mala pena riesco a fare un cenno con la mano cercando di rassicurarli mentre, partendo da San Silvestro e passando per la Vergine e la Natività, mi bestemmio a mente tutto il calendario cristiano e pure quello ortodosso con Cirillo e Metodio.
A quel punto, la mia bocca esala un flebile fiato: “Esco un secondo che mi fa un po’ male il gomito”.
Nel frattempo mi inizia a girare la testa, mi si annebbia la vista, inizio a barcollare, ma faccio in tempo a dire ad un assistente: “mi sa che mi sono rotto il braccio”, poi crollo svenuto sul parapetto della pista andando a sbatterci sopra la fronte e il ginocchio.
Nella scena successiva ci sono io in un’ambulanza. Sento parole confuse tra le quali distinguo solo “che coglione”. Arrivo al CTO che praticamente sembravo una marmellata di fico, tumefatto e ammaccato. Il tempo di raccogliermi e mettermi dentro un vasetto da confettura con una targhetta con su scritto Insy Loan e mi spediscono nel reparto traumatologico.
Alla prima visita il medico mi chiede cosa sia successo. Riesco solo a dire: “il ghiaccio”. E lui: “caduto sugli sci?”. E io: “no pattinaggio sul ghiaccio”. Lui ha un espressione di mal celata disapprovazione e per smorzare la tensione, fa un battutone: “E il tutù dov’è?”
Insomma: frattura scomposta del gomito, trauma alla gamba e al cranio. Scendo dal lettino e vado verso il reparto sostenuto dai miei genitori. Zoppico a tal punto che una vecchia di 600 anni su una sedia a rotelle si muove a compassione e fa per offrirmela. Ringrazio ma vado avanti.
Entro nella mi stanza da sei dove pareva di stare nel reparto assemblaggi dei cantieri per elicotteri della Agusta: chiodi, corde metalliche, tutori conficcati nella carne. Io ero quello messo meglio. Quello accanto a me mi chiede con compassione: “come ti sei ridotto così?” che detto da uno con 5 chiodi che sporgono dalla gamba, mi fa capire che devo sembrare un vero cesso. “ghiaccio”. E lui: “neve?”. E io: “Nooo, pattinaggio!”.
La sua espressione è la stessa del medico e sembra dire: ”questo è più frocio delle tre Sorelle Bandiera messe insieme”.
Dopo un’ora arriva un altro medico. Breve visita, poi mi chiede: “come è successo?”. Sto per dirgli “ghiaccio” ma ci ripenso e dico: “sono stato travolto da una slavina mentre affrontavo una pista nera”. Stavolta, finalmente, oltre all’espressione di compassione vedo anche un barlume di virile solidarietà.

CONTINUA...

martedì 17 giugno 2008

RICAPITOLANDO.


Io a Bologna, si sa, ci vado per trovare marito (e li qualcuno ci casca, visto che non credo mi conoscano ancora).
Ma voi altri aderenti alla manifestazione dell'orgoglio omfrocesco, per quale motivo partecipate? raccontatemi qualcosa del perchè andata, come andate, conchi andate.
Magari poi scriviamo un mega post del Praid a 60 mani (come le fettuccine fatte in casa con la pastamatic Simac, bei tempi...)