lunedì 4 gennaio 2010

IL PESO DELLA VERITA'














Regola fondamentale per evitare pericolosi contraccolpi emotivi o travasi di bile: mai e poi mai pubblicare su un social netuorc, un blog o anche solo sulla posta del cuore di Cioè una considerazione negativa o una lamentela sul proprio aspetto a meno che non si abbia un carattere tanto coriaceo come quello di un guerriero spartano sopravvissuto alla battaglia delle Termopili in grado di sopportare critiche feroci o giudizi obiettivi.
Stamattina pubblico sul mio profilo di Feisbuc uno statu: “sono talmente ingrassato che per mettere la cinta ho dovuto usare un bumerang”.
Ora gli amici, quelli che mi conoscono davvero, letto questo si sono affrettati ad applicare il protocollo Insy 2/bis che recita: “di fronte ad un calo di stima di Alessandro, rispondere prontamente confortandolo, anche se questo dovesse implicare la totale negazione della realtà”.
Si è levato quindi un coro di fedelissimi che, con diversi gradi di persuasione, hanno spergiurato che “non è vero!”, che “la bilancia è rotta” e che “probabilmente oggi l’aria pesa di più”. E per un po’ ho realmente creduto che un gruppo di folletti nella notte avesse dispettosamente ristretto con ago e filo tutti miei pantaloni.
Poi un certo XXX, ignaro di quello che avrebbe scatenato, ha creduto bene di aggiungere anche lui un commento: “sai ti ho intravisto sabato all'alpheus, certo sei molto fotogenico ma sei caruccio, dicimo che le foto ti sfinano e ti allungano un pochino”.
“Dunque, un conto è che IO mi do addosso, un conto è che TU confermi la cosa. Ma insomma, nessuno ti ha mai spiegato che ci si denigra per farsi consolare, adulare, coccolare!?!??!”.
Ma questo me lo sono tenuto per me e, nonostante si mi fosse gonfiata l’aorta carotidea e avessi già evocato Pasubu, il demone dell’Esorcista promettendogli la mia anima in cambio della morte per autocombustione dell’avventato commentatore, non ho replicato perché se decidi di metterti sdraiato sulla linea di mezzeria di un’autostrada non puoi poi lamentarti di restare travolto da un tir. Perciò mi sono limitato a dare un cazzotto al muro per calmarmi cambiando poi semplicemente lo status.
Poco dopo, arriva la telefonata del mio miglior amico per confortarmi ancora del fatto che “quello non capisce un cazzo” e che “non è per niente vero che mi sono ingrassato” ma ormai avevo già aperto la scatola di Ferrero Roscié, ultimi superstiti di un cesto natalizio, al grido di “visto che mi dicono che sono grasso, tanto vale squintalare”. Ma il mio migliore amico, conclude la conversazione aggiungendo con un tono affilato come la lama di rasoio: “ e comunque, di quello non ti devo più preoccupare, non ti scriverà mai più”.
Il conforto che sa regalarti il cibo non eguaglierà mai quello che può garantirti un amico vero.

mercoledì 30 dicembre 2009

BUON 2009.

Un licenziamento, un libro pubblicato, uno sfratto, un trasloco e una casa nuova. Notti insonni a chiedermi se sarei mai riuscito a trovare un altro lavoro. L’ansia, la paura e ancor più grossa quella di cadere nel baratro. E poi, la gratitudine e il vigore ritrovato per un lavoro ormai quasi insperato.
Incontri sorprendenti, pochissimi screzi, alcune incomprensioni e nessuna delusione.
Persone che diventano amici con la grazia che solo la casualità sa regalare.
Qualche granchio preso e buone occasioni sciupate perché l’esperienza di anni non mi renderà mai tanto saggio da dare ascolto al cervello invece che alle viscere.
Dopo anni di sciocche riluttanze, la conferma di una buona salute e la certezza forte e assoluta dell'amore degli amici e dei familiari.
il 2009 mi ha messo alla prova rendendomi meno Insy e un po’ più Ale.
E io, gliene sono grato.

martedì 29 dicembre 2009

CAPODANNO A MUCCA. TOCCA BATTERE PER BATTUAGE!










Il tema della festa di capodanno di Muccassassina è Battuage e per questo, molti di quanti vorranno comunque andarci, è proprio questo quello che dovranno fare: andare a battere il marciapiede.
Il biglietto infatti ha l’ingiustificato costo di 50 euro (se acquistato la sera stessa o in prevendita se si desidera accedere al privé).
Sicuramente l’ISTAT non ha messo le discoteche nel paniere dei consumi su cui fare le medie nazionali né alcuna ricerca ha appurato che passare il capodanno a Mucca è la cura che aspettavamo per debellare ogni tipo di cancro, ma il caso specifico solleva ben altre questioni.
Prima di tutte, l’associazione che l’organizza è il Mario Mieli e non il Billionaire di Briatore. Il circolo infatti non è una società con fini di lucro ma un benemerita istituzione culturale (ripeto culturale) che negli anni ha fatto moltissimo per la comunità gay e che, proprio per sovvenzionare le sue attività, molti, molti anni fa inventò una serata danzereccia chiamata appunto Muccassassina. Ora senza farne l’esegesi, la politica fondante di questa festa era quella di creare un evento che non fosse la solita discoteca ma piuttosto un aggregatore per gli omosessuali ed i loro amici etero, senza grosse pretese, divertente e sempre comunque attenta a non far pagare ingressi troppo esosi che comunque diventavano poi il carburante che permetteva al circolo di profondere servizi altrimenti non elargiti dalle istituzioni.
Mutata mutandis.
I tempi cambiano e sarebbe patetico non assecondarli ma lo spirito dovrebbe, a mio avviso, restare lo stesso altrimenti si abdica a dinamiche che snaturano l’essenza stessa della festa rendendola uguale a centinai di altre, molte delle quali, dal punto di vista squisitamente organizzativo, di gran lunga migliori.
Premetto che sono d’accordo che i costi del capodanno lievitino rispetto al prezzo solito del biglietto di 15 euro(dai baristi al service, tutti chiedono, giustamente di più per lavorare il 31 sera) ma qui si parla di oltre il triplo!
Il costo oltretutto stride con il fatto che la location è sempre la stessa di tutti i venerdì sera e i panettoni offerti allo scoccare della mezzanotte o la presenza di DJ che arrivino dal culo di Giove, francamente, non sono elementi così eccezionali da giustificare tale costo.
Sarà la mia malizia, ma a me sembra davvero l’approfittarsi spregiudicatamente di un evento dove la gente, e tanta, comunque andrà.
Non solo. A questo andrà aggiunto il solito travaso di etero, molti dei quali tutt’altro che friendly se non addirittura omofobi, che verranno selezionati con lo stesso rigido criterio con cui si decide chi entra e chi no il primo giorno di saldi alla UPIM costringendoci tutti a ballare il passo della sardina.
È vero, questi soldi verranno (in parte) impiegati per mantenere in vita il Mieli ma credo che 10 euro di meno avrebbe fatto contento il circolo e ancora di più il pubblico e se questo fosse costato la rinuncia di un paio di go go boy oleati come il pistone di una Lamborghini o la scelta di dj meno famosi, ben venga, tanto, non diciamoci fregnaccia, il 98% di noi va lì per divertirsi con gli amici, ubriacarsi e rimorchiare e anche se mettessero Le tagliatelle di nonna Pina remixata dal coro dell’Antoniano di Bologna, la gente ballerebbe lo stesso e si divertirebbe comunque.

PS: chiunque iniziasse a muovere critiche quali: “allora tu che ci vai a fare”, rispondo in anticipo che credo andrò comunque per seguire gli amici e che il fatto che ci vada non esclude che possa portare delle critiche o che possa sollevare un punto di riflessione da condividere.

venerdì 25 dicembre 2009

UN IMMAGINE VALE PIù DI MILLE AUGURI


Dopo questa foto augurale capite perché come regalo per natale ho chiesto più dignità.
Buone feste a tutti.
INSY/ALE

martedì 22 dicembre 2009

AMO IL NATALE PERO'...
















Io venero il natale. Fosse per me sostituirei l’inno di Mameli con “Ol ai uont for crismas is iu” cantata da Maraia Cerrei e farei stampare il faccione beota di Babbo Natale sulle banconote da 10 euro.
Mi piace quell’irresistibile atmosfera d’aspettativa che avvolge in un manto di nevrotica condivisione il periodo delle vacanze natalizie.
Tutti quei giorni di ferie da passare inerti sul divano, guardando per la 23esia volta “Una poltrona per due” o “Il piccolo lord”, incapaci di cambiare canale sedati come siamo da un’overdose calorica da cenone che obnubila anche il più forte desiderio di vedere qualcos’altro.
Giocare con amici e parenti fino alle 5 del mattino rischiando rotture familiari e risse da salun per l’esasperazione di aver perso intere tredicesime a tombola e, per questo, urlando bestemmie tali da far chiedere al neonato bambino Gesù asilo politico nel Valalla di Odino.
Insomma adoro il Natale ma non tutto quello che accade in queste magiche settimane è avvolto dal cellofan sbrilluccicante di un cesto “Gran Natale” di Castroni (ndr, per chi vive fuori dal GRA: trattasi di una gastronomia romana dove le lenticchie le vendono ad once pesandole su bilancini più diffusamente adoperati da i migliori spacciatori di cocaina di Maiemi).
Del Santo Natale infatti ci sono cose che apprezzo poco o detesto del tutto come, tanto per cominciare, il fatto di dover incartare i regali. Gli orli mi vengono sempre imprecisi, non riesco mai a sincronizzare i denti per tagliare lo scoch con le dita per tenere i lembi della carta. Quindi, o Dio quindi si decide a darci almeno un altro paio di mani per il compleanno del suo prediletto o ci pensasse lui a confezionare i regali. Ad ogni modo, almeno a me, il risultato finale esce sempre in prefetto stile Bocelli ma, nonostante questo, mi da fastidio veder squarciata quella bella carta argentata dopo tutto l’impegno profuso.
I bigliettini augurali sono un’altra cosa che detesto del Natale. Siccome lavoro in pubblicità, si aspettano sempre delle frasi ad effetto per cui se non ci sono almeno 5 tripli sensi e 12 battute in 4 righe la gente ti guarda come se li avessi scritto “vaffanculo”.
Tra le cose che non sopporto, questa, almeno quest’anno, l’ho scampata: i parenti di mia zia. Siccome mia madre ha litigato con la sorella e mio zio è disperso non si sa dove, faremo la vigilia a casa di mia madre solo io, mia madre e mio fratello, scampando così il solito questionario dei suoceri di ma zia che a 93 anni e benché con un piede nella fossa, invece di raccomandarsi l’anima a l Signore devono rompere la mia chiedendomi ancora perché non sia sposato, per quale motivo abbia lasciato la polizia e quanto la mia stempiatura gli ricordi tanto mio nonno.
Sempre di questo periodo, non sopporto le foto sulle riviste dei ricchi che festeggiano a Cortina. Spero tanto che il colbacco della Marzotto abbia un attacco di alopecia universale, che a Lapo venga un attacco fulminante di dissenteria mentre sta scendendo per una pista nera e che tutto il terzo stato recuperi i forconi dei loro avi e vada a dare fuoco alle ville di questi 4 magnaccia senza pudore.
Forse però la cosa che odio maggiormente è il senso di colpa il giorno dopo il cenone, solitamente così composto: carciofi, broccoli e pastella fritti, per aprire in leggerezza. Spaghetti ai frutti di mare. Pesce azzurro fritto, ovviamente. Verdura, saltata, (e come ti sbagli). Torrone, panettone, pandoro: e non si parla certo di una fetta ma di tutto il cucuzzaro. Menù che può certo subire piccoli cambiamenti da un anno all’altro ma la sostanza adiposa resta al stessa.
Detesto soprattutto il fatto che, a seguito di quest’orgia culinaria, il 27 mi accorga che mancano appena 4 giorni a capodanno (non che sia una novità, ma ho la memoria breve più corta di una “scossarella” dell’Eredità di Amadeus) quindi tento una disperata virata verso il tunnel della santa anoressia che mi porterà a mangiare ore di tapirulant condite con lezioni su lezioni di step nell’illusione di perdere quei 5 o 6 chili prima del 31 dicembre, giorno per il quale pretenderei di avere la siluet di un olimpionico di nuoto mentre, al contrario, sembrerò Selly, l’otaria super star dello spettacolo acquatico di Gardaland.
In

lunedì 21 dicembre 2009

AMARA SORPRESA















Il venerdì era il giorno dedicato al merluzzetto. E io iniziavo a sentirmi male già dal mercoledì sera. Come non bastasse, la discepola del marchese De Sade, meglio nota come mia madre, poco prima di cena si divertiva illudendomi con una domanda che, secondo il suo particolarissimo senso dell'umorismo, doveva essere assai divertente: “indovina che ti ho preparato stasera?”.
Io sapevo bene cosa mi aspettava ma, per un secondo, mi confortavo nell’illusione di una risposta che fosse diversa da: “il merluzzetto!”. E invece niente, lei, perfida, si affrettava a scoperchiare la pentola mostrandomi l’esangue carcassa galleggiante di quell’inutile pesce.
Al solo vederlo, mi si serravano le mascelle e piuttosto avrei preferito cenare con una zuppa di segatura immersa nell’olio per motori. Era quindi per questa mia reazione che occorreva sempre il supporto di mio padre: lui infatti, maledetto complice schiavo del potere, con una mano mi teneva bloccate le braccia dietro la schiena (faceva il poliziotto, dunque non doveva far altro che applicare le tecniche d’arresto al figlio di 6 anni) e con l’altra mi comprimeva le guance mentre la mia aguzzina faceva leva nella mia bocca brandendo un cucchiaio colmo di quel pesciaccio come fosse un piede di porco. Visto dal di fuori la scena poteva essere tranquillamente scambiata per un interrogatorio negli spogliatoi adibiti a sala delle torture di un qualsiasi stadio non meglio collocato in una misconosciuta repubblica dell'america del sud. Il martirio poteva protrarsi ben oltre la mezz’ora e questo dipendeva quasi esclusivamente dalla mia scelta di arrendermi al disgusto del sapore ferroso del pesce piuttosto che contrastare i miei con una riottosità destinata comunque ad essere soverchiata.
Con gli anni ho cambiato i gusti, ampliandoli. Chi sta a dieta sa benissimo che la perdita di peso è un obbiettivo raggiungibile più facilmente se si sostituisce la carbonara con del pesce bollito e grazie all’applicazione di sapienti tecniche di visualizzazione, ho iniziato a mangiare merluzzo lesso che la mia mente si imponeva però di interpretare come un fritto misto alla romana.
Da lì in poi, sempre grazie allo stesso espediente, ho superato le mie difficoltà anche con i broccoli, la cicoria, i minestroni e tutta la verdura in generale (non credo esista un solo bambino al mondo che non la detesti) fino a vantami oggi di essere il vero onnivoro, pronto a lanciarsi nella cucina di tutto ciò che nuota, vola o cammina a 4 zampe, purché non sia un tavolino.
Cavallette fritte, bacarozzi arrosto e persino piatti cinesi a base di carne, non mi spaventano più.
Così credevo almeno fino a sabato scorso quando un amico fiorentino mi fa assaggiare una gloria culinaria della sua città: il lampredotto.
A vederlo sembra una sorta di Kebab. L’odore è buono e tutti gli altri ospiti ne mangiano con gusto. Inizio però a sentire strane battute, a dire la verità piuttosto volgari, su questo piatto. Inizio a insospettirmi e chiedo. “Sono delle parti molli del bovino”, mi risponde un mio amico, e giù a cucchiaiate. Sì, va bene, allora è come la pajata romana. Assimilarlo a qualcosa che già conosco mi da fiducia e ne assaggio un piccolo boccone, seppure con una certa circospezione.
Il sapore però è strano, non mi ricorda nulla che abbia mai provato prima e forse anche per questo, lo lascio quasi intatto.
Ieri rincontro per un aperitivo il mio amico fiorentino. “Ma lo sai che si sono finiti tutto il lampredotto l’altra sera”, mi fa quasi stupito. Mentre sorseggio un Negroni, che sto bevendo solo per contrastare il freddo preso per raggiungere il bar, non certo perché sono ad un passo dalla dipendenza, gli chiedo: “Io invece ho lasciato la mia porzione. Non so, non mi convinceva e poi a naso mi dava un senso di repulsione”.
“Ti credo”, e ride.
“Perché?”, e tracanno un altro sorso di liquido antigelo.
“Ma lo sai con cosa è fatto?”.
La sua risposta è attutita dalla confusione della sala ma tutti si girano quando sentono il mio urlo di disgusto e disperazione. Le papille gustative mi si accartocciano e le budella fanno un doppio scorsoio e pretenderanno da oggi in poi un certificato di garanzia per tutto quello che trangugerò.
“Ma stai scherzando?”, gli chiedo con un tono di sgomento avvolto da un velo di supplica.
“No, no. È la fica della mucca”, continua serafico. “Pensa che a Firenze ci sono un sacco di chioschi che vendono i panini con il lampredotto”. Subito mi viene in mentre il mostro di Firenze e molte cose mi si chiariscono. E soprattutto mi si chiarisce la mia istintiva riluttanza a mangiarne.
Partorito con un cesareo, mai toccata una donna più in basso del collo, mai vista una fica vera in diretta, figurati se potevo addirittura mangiarmene una.

martedì 15 dicembre 2009

TIRA UNA BRUTTA ARIA.
















Tira davvero un’ariaccia e oltre a volare statuette iniziano, come prevedibile, anche a volare delle emerite stronzate. La più pericolosa è la quella di Maroni che, cito da Repubblica, dichiara: "Valuteremo soluzioni idonee da presentare al prossimo consiglio dei ministri" per consentire "l'oscuramento dei siti che diffondono messaggi di vera e propria istigazione a delinquere".
Non occorre essere un genio della politica per sentire odore di censura, pratica storicamente parziale, imprecisa ed arbitraria.
Giovedì quindi il governo potrebbe varare per decreto una legge volta a monitorare e, eventualmente, sanzionare quelli che spesso sono poco più che i commenti da pausa caffè. Sperando che questa idiozia non veda luce allo stesso tempo mi chiedo:
1) chi dovrebbe valutare la reale pericolosità di una nota o uno status su un profilo, su un blog o un forum?
2) come si distingue una provocazione o una battuta da una reale istigazione a delinquere?
3) Se io mando a “morì ammazzato” un amico sul mio blog, ne rischio quindi l’oscuramento?
4) Quante persone (competenti in materia) dovrebbero essere impiegate per monitorare milioni di siti affinché la rete diventi pura come la pipì di un neonato? Quanto tempo rubato a faccende più serie? E, soprattutto, quanto denaro?
5) Perché piuttosto Maroni non pensa a ai precari, a Scampia, ai soldi che si stanno rubando per la ricostruzione de L’aquila o, più semplicemente, ai regali da fare ai parenti per Natale?